L’AI come scorciatoia è già un problema

Il primo dato che ho portato nella conversazione è uno di quelli che ripeto spesso: la stragrande maggioranza dei marketer oggi usa l’intelligenza artificiale per fare cose che potrebbe fare un plugin di Chrome da quattro soldi. Correggo una mail, riscrivo un post, genero un’immagine. Punto. Secondo i dati dell’Anthropic Economic Index (il report uscito a inizio 2025 sulle mansioni effettivamente toccate dall’AI), le attività più automatizzate sono quelle a basso valore aggiunto. Il che significa che stiamo usando un motore da Formula 1 per andare a prendere il pane sotto casa. E il problema non è lo strumento, è che ci stiamo dimenticando di studiare il percorso.

Chi si affida totalmente al tool senza aver prima costruito un pensiero critico, una competenza di base, un’esperienza sul campo, sta costruendo su fondamenta di sabbia. Lo so, l’ho detto anche troppe volte, ma repetita iuvant.

Il costo nascosto di avere “più tempo”

C’è un punto che nell’intervista mi stava particolarmente a cuore, e l’ho detto senza giri di parole: l’AI non ti libera tempo. O meglio, te lo libera in teoria. In pratica, quel tempo lo riempi. Ti arriva un’altra task, un altro progetto, un’altra richiesta, perché adesso “tanto hai lo strumento”. Il risultato? Secondo uno studio pubblicato da Microsoft (il Work Trend Index del 2024), il 68% dei lavoratori afferma di non avere abbastanza tempo per concentrarsi durante la giornata lavorativa, e chi usa strumenti AI riporta livelli di multitasking più elevati rispetto a chi non li usa.

E qui entra in gioco una cosa che conosco bene: se non sai mettere confini al tuo lavoro prima dell’AI, l’AI non ti salverà. Ti seppellirà. Il burnout non nasce dalla tecnologia, nasce dall’incapacità di dire “questo no, adesso basta”. La tecnologia lo accelera e basta.

L’autenticità non è un tono di voce, è il sistema operativo

Questo è un concetto su cui sto battendo da tempo, e che con Raffaele abbiamo approfondito. Nel momento in cui l’AI diventa capace di confrontare in pochi secondi quello che un brand dice con quello che un brand fa (campagne passate, dichiarazioni sulla sostenibilità, pratiche reali), ogni incoerenza diventa visibile. Immediatamente.

Capisci cosa significa? Che l’autenticità non è più un “nice to have” nel piano di comunicazione. È una questione di sopravvivenza reputazionale. Se dichiari di essere green e i tuoi fornitori non lo sono, qualcuno (o qualcosa) te lo sbatterà in faccia. E il consumatore, che oggi ha accesso a strumenti di verifica impensabili fino a ieri, se ne accorgerà. L’Edelman Trust Barometer 2025 lo dice chiaro: la fiducia dei consumatori nei brand è ai minimi storici, e la trasparenza percepita è il primo driver di fiducia. Non il prezzo. Non il prodotto.

Le PMI hanno un’occasione storica (se non la sprecano)

L’ultimo punto che mi preme ribadire è quello sulle piccole e medie imprese. L’AI ha abbassato brutalmente il costo del fallimento. Sperimentare oggi costa una frazione di quello che costava cinque anni fa. Le PMI italiane, che storicamente partono con un gap di digitalizzazione rispetto al resto d’Europa (ce lo dice il DESI Index della Commissione Europea, anno dopo anno), hanno per la prima volta un vantaggio competitivo reale: la velocità. Sono più snelle, più rapide nel decidere, meno burocratiche delle multinazionali.

Ma a una condizione: che non si limitino a comprare il tool e a metterlo in mano allo stagista. La tecnologia senza visione strategica e senza le persone giuste è solo un costo mascherato da innovazione.

Questa è la versione compressa. La versione lunga, con tutti i dettagli, le digressioni e le facce che faccio quando parlo di cose che mi stanno a cuore, la trovate nell’intervista completa con Raffaele:

Guarda l’intervista completa su YouTube