Tutti ne parlano, pochi la praticano.
Diciamocelo: l’autenticità è una moda.
Brand “trasparenti”, campagne “vere”, CEO che scrivono in prima persona su LinkedIn, backstage su TikTok, “dietro le quinte” ovunque.
Un imperativo: bisogna farsi vedere per come si è, per essere percepiti come più vicini alle persone.
Poi però ci sono i fatti: scelte di prodotto scollegate da ciò che raccontano, politiche commerciali aggressive, customer service al minimo sindacale, organizzazioni interne che (quasi) mai discutono di cosa significhi “essere autentici” nella pratica quotidiana.
È qui che si crea il cortocircuito: chi si occupa di marketing pensa di comunicare autenticità soltanto perché ha cambiato tono di voce e aggiunto contenuti “veri” nel piano editoriale.
Il mercato, invece, giudica l’autenticità su altri parametri: coerenza nel tempo, continuità, integrità percepita, simbolismo credibile.
In altre parole: per le persone l’autenticità non è come parli, ma come ti comporti quando nessuno ti guarda.
Il grosso problema è che il marketing ha smesso di fare il proprio mestiere, perché l’approccio moderno privilegia l’efficienza rispetto al dialogo e così ci si ritrova con dipartimenti che “non si parlano”.
Di questo ho scritto già qualche anno fa in un articolo sul blog di Raffaele Gaito: non avere contezza, o anche solo il polso, di ciò che succede nell’assistenza clienti ti rende miope e, quindi, convinto di essere coerente e autentico (con la sola comunicazione orientata alla
vendita).
Se continuiamo a trattare l’autenticità come una scelta di comunicazione, finiamo inevitabilmente nella pura cosmetica.



