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Feb 14, 2020

Marco Pantani, lo ricordiamo così

Si esaltava nelle salite più dure. Stracciava i francesi, gli spagnoli, i tedeschi e gli americani; il giorno dopo le strade d’Italia si coloravano di ciclisti di ogni età: qualcuno prendeva un giorno di ferie; gli amici si ritrovavano in bicicletta rincorrendosi come bambini tra i luoghi dell’infanzia. Era anche tutto questo la magia di Marco Pantani detto “Pirata”.

Vento in faccia, orecchino, pizzetto e bandana, un pezzo di stoffa che copriva la pelata, da lanciare in aria come guanto di sfida ai suoi avversari, tra paesaggi di montagna che toglievano il fiato. A tutti, ma non a lui.

Non era Julius Kugy né Reinhold Messner: trionfava sulle Alpi ma veniva dal mare. Eroico, sotto la pioggia e il vento, in fuga solitaria sul Col de Galibier per la maglia gialla del Tour ’98, spinto dalla voce di Adriano De Zan e degli italiani a fare il tifo da casa come fosse una finale di Champions: a pensarci ora sembra impossibile.

In tanti all’inizio, anzi alla fine, ci siamo sentiti traditi. Ma poi come capita in amore, ciò che resta è il ricordo delle cose più belle, delle emozioni condivise: gli errori e le cadute passano in secondo piano, la passione vince e il racconto di quelle giornate indimenticabili si fa epico. Marco di Cesenatico: piadine, droga e una stanza d’albergo nella città di Federico Fellini.

Era la notte di San Valentino del 2004. La notizia scosse l’Italia: molti piansero; altri non dissero una parola e uscirono a pedalare.