La luce di Milano pare piaccia a pochi e io non sto tra i tanti.

Soprattutto in autunno.

La luce di Milano, di alcuni suoi scorci, angoli, sfumature, foglie, rami, tram o parchetti all’improvviso.

Soprattutto in questo autunno.

La luce di Milano, discreta un po’ più del solito, il giorno dopo il funerale di Ornella Vanoni.

La luce di Milano mi piace perché è una carezza garbata da tassista che si giura milanese.

E che ti racconta storie note e segrete di Milano.

Lui dice «non la Milano di oggi».

Forse proprio quella che hai visto in tv o al cinema o nei libri oppure che hai ascoltato in tante canzoni.

Un racconto che parte da Renato Pozzetto per poi parlarti – commosso pensando che non te ne accorgi – della Vanoni, di quanto era
bella, elegante e matta e di quella volta che non gli aveva pagato una corsa di dodici euro.

Dodici euro: niente rispetto a quello che «mi confidò in quegli indimenticabili dieci minuti».

Figa, volarono in un secondo quei dieci minuti.

La luce di Milano, tra alberi alti come lei con un vestito rosso e lungo fino alle caviglie, i rami come le sue mani, mani grandi, senza fine.

Ma io non lo so perché.
L’aria che c’è, oggi.
Un segno di speranza.
In lontananza.

La luce di Milano.
La luce della Vanoni.