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Feb 24, 2020

Personal branding: appunti, pensieri e consigli

Il personal branding è l’arte di sapersi vendere valorizzando i punti di forza su cui impostare una strategia di comunicazione e differenziazione dai concorrenti.

Semplice a dirsi. 

In generale parliamo di derivati del concetto di brand (Aeker, in primis ma anche Keller): attività che consentono di creare una vera e propria marca personale percepita in modo unico, di valore e per questo desiderata. Al pari dei brand aziendali, il personal è anche una promessa, legata alla reputazione personale e, chiaro, all’autorevolezza. 

I pilastri su cui costruire il proprio branding sono tre: identità, differenziazione, comunicazione.

Tutti devono esser ben identificati e coordinati, proprio come un’orchestra.

La mente umana infatti – sebbene potente – ragiona in modo semplice e quindi è necessaria una coerenza tra ciò che siamo e quello che comunichiamo. 

Prima di spendere qualche parola di più sui tre pilastri, è necessario sottolineare due aspetti importanti: 

  1. Definire gli obiettivi personali e la consapevolezza delle proprie competenze

Fondamentale, in questo senso, porsi in forma empatica al nostro cliente: matcharsi per comprendere le esigenze dell’utenza e avanzare una proposta di reale valore. 

Importante, in sintesi, definire la propia value proposition.

2. Non eccedere.

Creare aspettative, gonfiare traguardi, parlare esclusivamente di proprie attività, può alimentare aspettative troppo alte e impossibili da soddisfare. Questo è un punto decisivo poiché nel web è semplice “tirarsela” o mentire ma, nel medio-lungo periodo, la verità viene sempre a galla.

Ecco perché la reputazione è non bisogna mai tralasciarla.

Riprendiamo il filo.

L’identità è strettamente connessa a chi siamo e cosa vogliamo raggiungere.

Rappresentarsi in modo chiaro, pulito, grazie alle proprie caratteristiche personali, alle competenze e anche agli interessi, avvicina al target di riferimento.

Fare personal branding è come vendere un prodotto ma più facile: il professionista che si propone è infatti, al tempo stesso, soggetto e oggetto.

Quando si parla di identità si parla di credibilità e differenziazione, che è un equilibrio tra identità e ciò che cerca il target.

La value proposition, come sempre, è fondamentale perché risponde alla domanda essenziale: perché un cliente dovrebbe scegliere te? 

L’obiettivo della comunicazione deve essere proprio questo: mostrare la rilevante value proposition e creare forte impatto nel target, dimostrare competenza (non soltanto con le parole, che valgono poco, ma con i fatti: case study, discussioni con opinion leader etc..), creare autorevolezza.

Sono questi gli ingredienti che determinano la fiducia necessaria per raggiungere il proprio target. 

Quality (percepita) e positioning sono due concetti basilari di brand e personal branding.

Esiste distinzione tra ambito professionale ed ambito personale?

Chi fa personal branding deve porsi questa domanda.

La risposta dipende soprattutto dalle modalità di costruzione del proprio personal branding.

Una regola base riguarda il posizionamento: se è “alto” l’ambito personale non può essere comunicato come “basso”.

È necessario, perciò, rispettare i criteri di coerenza ed equilibrio.  

Il personal branding funziona?

Sì, se fatto bene.

Perché attraverso un lavoro costante le persone inizieranno a riconoscere e percepire come credibile; aumenterà l’influenza sui social media e il network potrà espandersi. 

L’occhio vuole la sua parte, quindi attenzione all’identità visiva e, quindi, alle fatidiche 5 Vverbalità, vestibilità, visibilità, vitalità, vivibilità.

All’interno del calderone ci sta benissimo l’obiettivo di incrementare il network instaurando rapporti con leader del settore/nicchia di riferimento: è consigliabile, perciò, intervenire nelle discussioni offrendo però valore ai lettori e all’esperto in questione. Come già accennato, è importante partecipare a community, creare report sulle proprie prestazioni, lavorare sui contenuti, farsi notare.

Ultimamente molti scelgono un proprio colore.

È una buona pratica, questa deve rispecchiare ovviamente la psicologia dei colori e ciò che vuoi comunicare ma attenzione: puoi mostrare in modo fiero il tuo colore soltanto quando “puoi permettertelo” ovvero quando hai iniziato ad avere una certa rilevanza. l colori che scegli devono rappresentare il tuo stile e il tuo posizionamento. 

Il personal brand deve essere alimentato, giorno dopo giorno, attraverso una comprensione costante di ciò che avviene.

È fondamentale riflettere su ogni contenuto diffuso – un semplice commento a un post, un articolo: ogni contenuto concorrerà alla definizione della tua immagine; è fondamentale, perciò, calibrare il tono di voce e i limiti dei tuoi interventi: i più esperti, addirittura, utilizzano i fogli Excel con i vari topic su cui hanno assunto una posizione pubblica per esser sicuri che i futuri interventi siano coerenti.

Chi vuole intraprendere una strategia di personal branding deve avere un sito, creare contenuti, proporre un CV pubblico e almeno una landing, aggiornata del suo portfolio.

Nella strategia dei contenuti è interessante intercettare gli argomenti “caldi” su cui intervenire, accertandosi sempre di saper instaurare una discussione con l’interlocutore basata su contenuti (e non su chiacchiere): è cruciale, perciò, intervenire soltanto quando si ha davvero cognizione dell’argomento trattato.

Alcuni ritengono che il personal branding “spinto” possa essere la maschera indossata da falsi esperti. È, questo, un tema delicato: il web è pieno della fuffa proposta da discutibili profeti digital che hanno costruito una propria immagine gonfiata poiché alimentata dal credito riscosso presso numerosi utenti.

Ma attenzione: Come già detto, sul medio e sul lungo periodo i valori reali emergono. Sempre.

Misurare le attività online

L’impatto della comunicazione e dei contenuti, attraverso metriche di semplice utilizzo, sono fattori che devono essere misurati con costanza.

Avere un forte seguito determina autorevolezza al brand personale e dimostra che i messaggi hanno un impatto sul pubblico.

Più questo sarà alto e più persone inizieranno a seguire e ritenere validi i contenuti proposti.

Una prima metrica è quindi il seguito e possiamo chiamarla reach, ovvero il pubblico che raggiungi.

I followers o i fans non sono tutto, ma, nel caso del personal branding, aiutano di certo come “vanity metrics”.

Correlata alla reach c’è ovviamente l’engagement ovvero le reazioni ai tuoi contenuti (di solito si esprime in % rispetto ai fans/followers).

Più persone interagiscono e più saranno incentivate a seguirti o continuare a risponderti.

Proprio rispetto all’engagement, molti utilizzano tecniche “provocatorie”: andare “controcorrente” può portare ei risultati ma soltanto se il punto di vista è davvero interessante e denso di contenuto. Altre metriche, ma questo dipende sempre dalla strategsono le visite sul sito, i rimbalzi, il tempo medio trascorso su pagina e le visite per differenti canali.

Insomma, le web analytics classiche.

Correlati sempre al sito/blog ovviamente, ci sono i numeri di commenti ai post, gli iscritti alla newsletter, le menzioni sui social, il numero di richieste informazioni.

Abbiamo poi metriche più sofisticate e attività “più alte” come per esempio la brand equity. 

Tirando le somme, quindi, esistono numerose tecniche di monitoraggio delle attività on line. 

Il consiglio è di monitorarle per costruire il giusto mix che porterà risultati nel medio/lungo periodo, senza mai perdere di vista due elementi: chi sei e cosa vuoi fare.

Giovanni Cavaliere