Ieri sera, nella sua Bra, è morto Carlo Petrini. Aveva 76 anni e lascia un’eredità che, a guardarla bene, non riguarda solo il cibo. Riguarda il modo in cui un Paese decide di stare al mondo.

Ho sempre pensato che la grandezza di Petrini stesse in una mossa semplice e radicale insieme: aver preso il cibo, che per decenni avevamo derubricato a faccenda di ricette e ristoranti, e averlo restituito alla sua natura vera. Politica. Ambientale. Culturale. Sociale. “Buono, pulito e giusto” non è uno slogan, è un programma. Buono perché il piacere conta, e chi lo separa dal resto fa un torto a entrambi. Pulito perché senza rispetto per la terra, per l’acqua, per la biodiversità, non c’è gusto che tenga, c’è solo un debito che qualcun altro pagherà. Giusto perché dietro ogni piatto ci sono mani, vite, salari, dignità.

In un mondo che ha imparato a produrre cibo come si produce qualunque altra merce, con la stessa logica della scala, dell’efficienza a tutti i costi, della chimica che corregge ciò che la terra non riesce più a fare da sola, Petrini ha tenuto in piedi un’altra ipotesi. Quella dei contadini come custodi di futuro, non come residui del passato. Quella dei piccoli produttori non come folklore da fiera, ma come infrastruttura di un’economia diversa. Quella della biodiversità non come voce romantica, ma come polizza assicurativa contro l’omologazione che ci stiamo costruendo addosso.

Il punto è proprio questo, ed è il punto su cui credo l’Italia debba decidersi davvero. Possiamo continuare a raccontarci come il Paese della qualità mentre lasciamo che la qualità venga schiacciata dalla logistica, dai disciplinari al ribasso, dai prezzi che non remunerano nessuno tranne chi sta in fondo alla catena. Oppure possiamo prendere sul serio quello che Petrini ha provato a dirci per quarant’anni: che il nostro vantaggio competitivo non è la quantità, non è il prezzo, non è la replicabilità industriale. È il territorio. È il sapere artigiano. È una filiera che, quando funziona, restituisce valore a chi la fa esistere, dal contadino al ristoratore.

Difendere questo significa cose molto concrete. Significa scegliere fornitori che facciano fatica nel modo giusto. Significa pagare il giusto un prodotto che è stato fatto come si deve. Significa raccontare le filiere ai consumatori senza la retorica del “made in Italy” usata come adesivo, ma con la pazienza di spiegare cosa c’è dietro un formaggio, un olio, un vino, un pomodoro. Significa, soprattutto, smettere di trattare la sostenibilità come un capitolo del bilancio e iniziare a considerarla la condizione stessa per cui un certo tipo di Italia può continuare a esistere.

Petrini diceva che chi semina utopia raccoglie realtà. Slow Food, Terra Madre, l’Università di Pollenzo sono lì a dimostrare che aveva ragione. Sono nate da un’idea che a metà degli anni Ottanta sembrava persino ingenua, e oggi sono reti, istituzioni, generazioni formate. Il lascito non è nei libri che ha scritto, per quanto belli siano. Il lascito è nel fatto che oggi, quando parliamo di cibo, non possiamo più non parlare anche di clima, di lavoro, di comunità, di democrazia. Quel vocabolario lo ha costruito lui, un pezzo per volta.

L’Italia che verrà dopo Petrini ha una scelta davanti, e non è una scelta tecnica, è una scelta culturale. Possiamo accelerare verso un modello che ci appiattisce, ci rende intercambiabili, ci toglie quello che ci rende riconoscibili nel mondo. Oppure possiamo raccogliere il filo che lui ci ha lasciato in mano e continuare a tirarlo. Difendere i territori. Sostenere chi produce con cura. Educare a mangiare meglio, non di più. Pretendere, da noi e dagli altri, che il cibo torni a essere quello che è sempre stato prima che lo trasformassimo in commodity: un atto culturale, una relazione, una responsabilità.

Grazie Carlin. Il lavoro, adesso, tocca a noi.

Chi semina utopie, raccoglie realtà” Carlo Petrini

Foto via Slow Food Italia