Il Senegal, per la seconda volta nella sua storia, è Campione d’Africa.
2021 e 2025. Un’unica grande emozione, un Capitano: Kalidou Koulibaly.
Ma la finale contro il Marocco, nella bolgia di Rabat, non è stata una partita normale.
Prima del triplice fischio è successo, letteralmente, di tutto.
Roba da libri di storia del football.
Partiamo dalla fine.
Il Senegal vince 1-0: il gol decisivo, bellissimo, è di Pape Gueye che, al quarto minuto del primo tempo supplementare, ha trovato la forza e la grazia per trafiggere, sotto l’incrocio dei pali, Yassine Bono.
Un gol capolavoro, imparabile anche per uno dei portieri più forti al mondo.
Compagno di squadra di Kalidou nell’Al Hilal, Bono è stato premiato, alla fine del match, come miglior portiere del torneo: riconoscimento sacrosanto e legittimato da una finale giocata da protagonista.
Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo al novantesimo minuto, istante esatto in cui Jean Jacques Ngambo Ndala, arbitro della Repubblica Democratica del Congo, si prende la scena.
Prima annulla il gol (regolare?) di Sarr e poi, al novantottesimo, assegna in piena Zona Cesarini un rigore a dir poco dubbio al Marocco per un fallo in area di Diouf su Brahim Diaz.
Il rigore, assegnato al VAR, scatena il caos sul manto verde e sugli spalti.
Alcuni tifosi del Senegal entrano in violento contatto, a bordo campo, con steward e forze dell’ordine: far west, sequenze che non avremmo voluto vedere e in cui, soprattutto, emerge in negativo una tifoseria sempre percepita come colorita, colorata e corretta.
In campo, nel frattempo, si innesca un casino ancora più grande.
I giocatori del Senegal, in risposta alla discutibile (eufemismo) decisione arbitrale, abbandonano il campo e tornano, per protesta, negli spogliatoi.
Tutti fuori.
Tranne uno: Sadio Mane.
Che si fa così simbolo di un percorso di crescita personale che è nazionale e continentale.
Lucidità e visione perfetta: «Andiamo a giocarcela da uomini».
Non lo pensa soltanto.
Lo grida.
Corre negli spogliatoi e riesce nel miracolo: tutti rientrano in campo.
Disastro scongiurato: pare che al Senegal avrebbero potuto comminare due anni di squalifica dalle competizioni FIFA: il primo effetto sarebbe stato l’esclusione dalla World Cup di questa estate: il finale peggiore, quello sbagliato.
Che avrebbe causato una debacle reputazionale di tutto il calcio africano, in un momento storico in cui è proprio da quelle latitudini che arrivano splendidi segnali di crescita strutturale ed entusiasmo oltre a un posizionamento sempre più rilevante di alcune nazionali africane nelle gerarchie mondiali.
Ed è col destino del match in apparenza segnato che poi si apre un altro capitolo, tecnico e sportivo, che ha dell’incredibile.
Brahim Diaz il rigore tira per segnarlo.
Non c’erano particolari aspettative di giustizia, con buona pace di De Coubertin: qualcuno ci aveva anche pensato ma il modo in cui la stella del Real è andato a posizionarsi sul dischetto ha fugato subito ogni dubbio.
Di sbagliarlo apposta non ci ha pensato neanche per un attimo.
Per questo, intendiamoci, non può e non deve essere giudicato però, in un momento così delicato, il tentativo di cucchiaio – che è un triste cucchiaino – mal cela un grottesco tema di superbia.
Per fortuna il pallone finisce nelle grandi mani di Edy Mendy.
Ma fosse stato gol?
Avrebbe sì regalato la Coppa al Marocco ma anche, probabilmente, generato, nell’immediato, reazioni – in campo e sugli spalti – non pronosticabili.
Poi i supplementari e, come già scritto, il gol fantastico e decisivo di Pape Gueye per l’apoteosi Senegal.
Le emozioni continuano poi alla premiazione.
Idrissa Gana Gueye, il più vecchio di tutti, si sfila la fascia e la calza al braccio di Mane.
Kalidou, coppa in mano, si avvicina al grande protagonista di questa Coppa d’Africa.
Alzala tu Sadio!
E grazie, Sadio, dal popolo dello sport.
Questa Coppa è di tutti ma tua un po’ di più.
Perché hai vinto quando hai capito che giocarsela da uomini era l’unica cosa.
Quella giusta, da fare.



