È un tema nuovo.
Ci sta, perciò, che il dibattito su intelligenza artificiale e produttività sia ancora poco strutturato.
Fino ad ora si è parlato di investimenti in infrastrutture, chip, data center e delle aziende che alimentano la catena del valore dell’AI, con forte impatto sui valori in borsa.
Spostando però l’attenzione sull’economia reale, emerge una domanda: l’intelligenza artificiale sta già cambiando il modo in cui le aziende lavorano?
La risposta comincia a essere sì, almeno sulla base delle osservazioni attuali.
Al netto del ruolo delle società di consulenza, i dati macroeconomici ancora non mostrano un’accelerazione evidente della produttività.
Ma è chiaro che sarà così.
Almeno, è ciò che dicono gli “esperti”.
Non tutti a dire il vero.
Infatti, alcuni sottendono che l’AI è l’ennesima moda passeggera, i cui benefici si vedranno (forse) tra molti anni.
Questo ragionamento rischia di perdere di vista un punto importante: il cambiamento non arriva in blocco, ma a macchia di leopardo. Proprio come è stato anche per Internet.
Ma i numeri contano.
Perciò è utile iniziare a valutare qualche case.
I dati aggregati nascondono le vere dinamiche.
A fare la differenza sono le aziende che riescono a usare l’AI in modo efficace.
I primi segnali tangibili stanno emergendo nei margini operativi e nelle vendite per dipendente, stando ad un approfondimento del FT che ha ispirato questa riflessione.
Sono particolarmente visibili nei settori dove i margini sono bassi e anche piccoli miglioramenti in efficienza determinano una incisiva differenza nei profitti.
Uno scenario ideale, quindi, per le aziende Italiane.
Alcuni esempi secondo il FT.com:
- Retail: Walmart ha tagliato fino al 30% i costi per unità nei centri di distribuzione grazie all’automazione AI.
Non ha licenziato, ha spostato il personale su attività più utili, a contatto con i clienti. - Banche: JPMorgan ha mappato 450 applicazioni AI, dalla personalizzazione cliente alla gestione delle frodi. Bank of America, con l’assistente digitale Erica, ha ridotto del 40% il carico sui call center. Non sono rivoluzioni ma miglioramenti continui a macchia di leopardo. Su strutture a costi fissi alti fanno crescere subito l’utile in modo più veloce dei risparmi realizzati.
- Industria: John Deere usa AI per ridurre del 60% l’uso di pesticidi. Lo fa già oggi. Rolls-Royce ha risparmiato £180 milioni grazie a modelli decisionali basati su AI. E Grainger ha migliorato del 2,5% il livello di servizio ottimizzando magazzino e assistenza clienti.
- Tecnologia e servizi: SAP ha risparmiato €300 milioni nel 2025 grazie agli strumenti AI e punta a €500 milioni già nel 2026. PayPal e FIS hanno visto aumentare la produttività dei developer del 10-30% grazie all’aiuto della GenAI nella scrittura del codice.
E quindi?
Le vere sorprese possono arrivare dalle aziende che oggi sembrano meno attraenti: quelle con bassi margini, tanta manodopera e poco “glamour” in Borsa.
In questo contesto, l’Italia potrebbe essere tra le economie maggiormente coinvolte in termini di impatto positivo.
Per queste aziende “tipo”, anche solo un leggero miglioramento nella produttività può trasformarsi in un’impennata degli utili.
Ecco perché chi vincerà potrebbe non essere una Big Tech (che hanno investito molto): l’AI potrebbe diventare commodity e quindi le realtà più piccole e silenziose beneficeranno di effetti positivi sui costi.
L’impatto potrebbe essere di gran lunga maggiore: una manna dal cielo.
La produttività spinta dall’AI non arriverà in modo disruptive.
Ma i mercati notano quando i numeri iniziano a cambiare.
E in alcune aziende – ancora poche in verità – i numeri sono in miglioramento.
Occhio, perciò, al 2026: potrebbe rappresentare l’anno in cui questo effetto inizierà ad ampliarsi.
Ancora una volta, a macchia di leopardo.



